FOTOGRAFIE PAESAGGI A COLORI

Fotografie paesaggi a colori

 

Il fascino di una fotografia è una questione assolutamente soggettiva.

Attraverso i miei scatti cerco di raccontare il momento nel quale, attraverso le luci e le linee, ho vissuto un emozione: tranquillità, nostalgia, solitudine, caos.

Fotografare un paesaggio ottenendo un buon risultato non è così facile. Cercare di trasferire la bellezza di un panorama così come lo si è vissuto, racchiudendolo in un solo fotogramma, a volte può non rendere l’idea. Il difficile è il non cadere nel banale, in una ripresa comune con assenza di profondità. Quando guardiamo un panorama il nostro occhio si muove dal primo piano fino allo sfondo, così da farci percepire la sensazione degli spazi e delle distanze. Nei miei primi tentativi di ottenere uno scatto degno di nota mi mancava sempre qualcosa, risultavano piatti e privi di profondità, come se fosse stato tutto schiacciato e ridotto ad un unico piano. Ho iniziato ad osservare le fotografie di autori paesaggisti cercando di studiarne la composizione. Osservare fotografie di altri, con attenzione, è un modo davvero utile per riuscire a notare le proprie mancanze. Così ho iniziato ad inserire un soggetto in primo piano, come ad esempio un cumulo di massi, una rotoballa di fieno, un papavero, ecc. Con questa accortezza le mie immagini hanno iniziato ad avere una dimensione in più: la profondità.

Per dare dinamismo alla fotografia ho provato a cercare delle inquadrature in cui l’occhio viene spinto verso un punto di fuga. Utile in questo caso la presenza di soggetti verticali paralleli decrescenti, come nel caso dei tralicci della corrente, oppure di un sentiero che converge all’orizzonte, o ancora le linee orizzontali e verticali di palazzi e pavimentazioni.

Infine, imparata la “regola dei terzi”, ho aperto ufficialmente la caccia fotografica paesaggistica : nuvole, temporali in arrivo, campi fioriti, cascate, terreni boschivi ma anche vicoli e piazze ecc.

In ricerca della luce giusta e di una prospettiva accattivante continua il mio viaggio nel mondo della fotografia, in cui non si smette mai di imparare.

REPORTAGE: CONSONNO

Reportage: Consonno, un sogno d’azzardo.
Le origini, l’antico borgo contadino

Immaginate un piccolo paese immerso nella natura: campi, prati, tanti alberi di Castagno, piccole cascine, qualche mucca, le galline.All’alba, quando il gallo canta, i contadini sono già pronti a svolgere i loro compiti.Lavorare la terra per ottenere porri e sedano, raccogliere le castagne, preparare il tutto per trasportarlo fino ad Olginate, lungo la mulattiera.

Da Olginate i prodotti vengono portati al mercato di Lecco.

E’ così che che i Consonnesi vivono.  Un giorno dopo l’altro. Nella fatica ma anche nella tranquillità.

Case semplici ma accoglienti, situate su un terrazzo panoramico sul Monte Regina, raccolte attorno alla chiesa di San Maurizio. La casa del cappellano, il cimitero, la piccola bottega, le vie strette e ciottolose, i vecchi cortili. E poi i campi. Circa 170 ettari.

Trecento abitanti in un microcosmo abitudinario, avvolto nella quiete della rigogliosa natura circostante.

La novità, una nuova strada

Gli abitanti di Consonno vivono incuranti del fatto che non possiedono le case in cui abitano e delle terre che lavorano. Non è mai stato un problema. Nessun contadino “possiede” nulla. Nemmeno un centimetro di quel borgo in cui risiedono da tempo immemore.  Ogni uomo possiede la sua vita con le mille preoccupazioni ad esse annesse. I Certificati di proprietà li ha la “Immobiliare Consonno Brianzola” . E’ lei che legittimamente detiene il diritto di proprietà di quel piccolo angolo di paradiso.

Siamo negli anni Sessanta. Giunge una notizia, sembra buona: un imprenditore di nome Mario Bagno, un Conte, si è presentato all’Immobiliare e ha comprato tutto. Tutta Consonno.  Pare voglia costruire una strada che arriverà fino ad Olginate. Percorribile con dei mezzi di trasporto più veloci e comodi. Finalmente un po’ di fatica in meno.

La svolta, l’arrivo del Conte

Presto fatto. Il Conte Bagno ha costruito la strada. Da Olginate a Consonno.

La strada che permette alle ruspe di raggiungere il piccolo borgo.

Le ruspe volute dal nuovo proprietario che il piccolo borgo lo vuole far sparire. Altro che belle notizie.

Gli interessa il posto. Non i contadini. Non le piccole vie piene di ciottoli. Figuriamoci le mucche e le galline.

E così, quasi senza nemmeno avere il tempo di portar via i ricordi di sempre insieme a  quattro vestiti, ecco venir giù il muro.

Poi ancora. Una casa dopo l’altra. Abbattute dalle inquietanti ruspe arrivate dalla nuova strada.

La Chiesa, quella no. San Maurizio è salva, con annessa la casa del cappellano e il piccolo cimitero. Bontà del Conte.

Il destino: un progetto bizzarro

Periodo nero. Molto nero. L’agricoltura è in crisi. Lavorare nei campi non rende più come prima.

A Olginate stanno aprendo delle fabbriche. Lì il lavoro c’è e anche i soldi.

Bisogna fare una scelta. Andare in città o rimanere qui. Il Conte vuole costruire  alberghi e ristoranti.

La gente arriva. E la gente mangia. Si, mangia i prodotti della mia terra.

I giovani se ne vanno, sono nell’età della speranza e l’insorgere delle industrie  regala desideri e ambizioni.

Io resto, non ho più la mia casa. Abito in una prefabbricato del Cantiere Bagno.

A Consonno, chi ha deciso di restare si è dovuto adattare.

Il Conte è un uomo strano, non ha un progetto. Oggi si sveglia con un’idea. Domani non gli piace più.

Ha messo esplosivi sulla collina e l’ha spianata. Ora da qui si vede anche il Monte Resegone.

Gli è venuto in mente di costruire un edificio con tanti  negozi. Un lungo corridoio commerciale.

Con degli appartamenti al piano superiore. Tutto in stile arabo. Qui, vicino a Lecco.

Un’altra idea, la “Las Vegas brianzola”

Sorge il sole, il Conte si sveglia. Non da solo ma in compagnia di nuove idee.

Una bella pista da ballo. Una pagoda cinese. Una sfinge egiziana.

Una fontana che si illumina con i colori dell’arcobaleno. Un campo da tennis.

Delle sale da gioco, un cannone, il campo da calcio e delle statue medievali in posizione di sentinella, per dare il benvenuto.

Un minigolf, una pista di pattinaggio, uno zoo di quelli grandi, un campo per la pallacanestro. Certo, anche uno per le bocce.

Si potrebbe fare anche un circuito automobilistico, molto panoramico. Il più bello d’Europa.

Ogni giorno il sole sveglia il Conte, ogni giorno con mille idee, ogni giorno una nuova Consonno.

Siamo negli anni Settanta, non tutte le idee dell’Imprenditore Bagno sono state realizzate. Ma molte si.

Un cartello sulla nuova strada annuncia: “ A Consonno è sempre festa”. Ed è così.

E’ la Las Vegas Brianzola, in cui cantanti famosi si esibiscono tra la le colonne doriche e la pagoda cinese

ad un pubblico che vuole ballare, sfidare la sorte al gioco e magari trascorrere una notte d’amore all’Hotel Plaza.

Le conseguenze, la naturale vendetta

La candela che brucia con il doppio della sua intensità arde per metà tempo.

Così la nuova Las Vegas vive ogni momento, ogni minuto, ogni notte. Senza sosta.

Fino a quando l’entusiasmo per quella che è una novità svanisce. Le luci si spengono, il sipario si chiude. Torna il silenzio.

A risvegliarsi è la natura: rivuole quello che le è stato brutalmente sottratto.

E’ autunno, anno 1976,  l’atmosfera è già triste e il tempo non aiuta. Piove, piove spesso, di continuo.

L’acqua arriva a terra e scivola lentamente dove gli pare. Non ci sono più radici e arbusti ad ostacolare il suo percorso.

Si muove libera da ogni vincolo trascinando con sé ciò che trova: sassi, terra, pietrisco, fango, asfalto.

La sua corsa è impetuosa.  Devastante il suo arrivo sulla nuova strada.

La strada che ha permesso alle ruspe di raggiungere il piccolo borgo contadino.

La frana ha provocato grossi danni, la via per la “città dei balocchi” è bloccata. E’ la fine.

Non per il Conte Bagno che rilancia i dadi scommettendo su un’altra delle sue idee.

Con la collaborazione del Frate Alberto Bosisio, negli anni Ottanta, ripristinato il passaggio,

l’Hotel Plaza si trasforma in Casa di Cura per anziani.

La festa, senza rispetto

Nel giugno 2007 la Casa di Cura si trasferisce altrove.

Consonno vede andare via gli anziani ospiti.

Il vuoto. Il nulla.

Solo per pochi giorni.

Si sentono rumori, voci, confusione. Ragazzi. Stanno arrivando. A decine. A piccoli gruppi. Poco alla volta.

Ora sono tanti, centinaia. Troppi. La musica è alta. Assordante. Chiedono se è qui che fanno il Rave Party.

Lo chiamano Summer Alliance. Dicono che vogliono ballare. Intanto distruggono e devastano tutto.

L’aspettativa, un lancio di dadi

La follia dell’avidità umana può radere al suolo un intero paese. I suoi resti cadere nelle mani di vandali irrispettosi.

Ma niente può spegnere lo spirito della persone che a Consonno hanno abitato. Nel piccolo borgo. Dove sono nate.

E in cui sono nati anche i loro genitori.

Siamo nel 2013, Consonno appartiene alla Immobilare Brianzola, i cui soci sono i figli del Conte Mario Bagno, deceduto ormai da 18 anni.

L’Associazione Amici di Consonno, manifesta la volontà di prendersene cura. La sorveglia, le fa compagnia gestendo, nei mesi estivi,

il Bar La Spinada:  l’ex tavola calda. Organizza feste tradizionali, quelle belle, di paese. La difende da eventuali altri inopportuni visitatori.

Consonno è lì, come ferma nel tempo, ad aspettare che qualcuno rilanci i dadi della sua sorte.

GALLERIA FOTOGRAFICA

 

 

REPORTAGE: MANICOMIO MOMBELLO

Reportage manicomio Mombello
Matti da Slegare

Ospedale psichiatrico G. Antonini.

Più di 100 anni di storia.

Migliaia di storie. Una diversa dall’altra.

L’internamento: l’unica soluzione per tutti.

Paranoia, malinconia, traumi post-guerra, sofferenze amorose, fobie, epilessia, alcolismo, vivacità, idiozia, demenza, cretinismo, omosessualità, povertà: tutto ciò che la Società non era pronta a “capire” veniva riconosciuta “patologia” dalla psichiatria dell’epoca. Poco importavano le origini del problema. L’obiettivo: isolarlo e placarlo.

Julius Wagner-Jauregg,, medico austriaco, cercò di eliminare i disturbi mentali inoculando ai malati il protozoo responsabile dell’insorgere della malaria. Nel 1927 gli fu assegnato il Premio Nobel per la medicina.

Ugo Cerletti e Lucio Bini, neurologi italiani, provarono a placare il “mal d’anima” con l’Elettroschock. I pazienti erano coscienti. Niente anestesia. Nessun rilassante muscolare. Molte fratture ossee, specialmente alle vertebre.

Manfred Sakel, neurologo e psichiatra austriaco, promotore del “coma insulinico” indotto. Si accorse che uno schizzofrenico, dopo il coma, presentava evidenti segni di tranquillità, anche se temporanei. Bastava continuare ad iniettare insulina, sei giorni su sette, per certificare il miglioramento del degente.

Il processo di “spersonalizzazione” nei manicomi avveniva dal primo momento. All’ingresso nell’istituto il “malato” veniva privato dei propri oggetti e dei propri indumenti. Tutti uguali, tutti ugualmente malati, tutti soggetti alle stesse cure.

I degenti venivano suddivisi in diverse categorie: sudici, tranquilli, semi-agitati, agitati e furiosi. La scarsa igiene e il sovraffollamento diventarono presto un grave problema.

Una circolare a stampa, inviata il 10 agosto 1886 dal presidente della Provincia ai sindaci, recita: “… Il crescente numero dei ricoverati nel Manicomio di questa Provincia, e la assoluta deficienza di piazza disponibili, obbligano la scrivente a sospendere provvisoriamente l’accettazione di qualunque mentecatto …”.

Nel 1932 Mombello ospitava 3790 persone.

Si iniziò a parlare di dignità umana in relazione ai malati mentali solo nel 1978. La legge 180 impose la chiusura dei manicomi restituendo alla Società il concetto di “rispetto della vita”.

Il manicomio ha la sua ragion d’essere nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale. Quando uno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come disfare questo nodo, come andare al di là della “follia istituzionale” e riconoscere la follia là dove essa ha origine, cioè nella vita . (Franco Basaglia)

 

Questo è il più sicuro sintomo di pazzia: i matti sono sempre sicuri di stare benissimo. Soltanto i sani sono disposti ad ammettere che sono pazzi. Nora Ephron, Bruciacuore.

 

I tranquilli venivano ospitati nella villa Napoleonica e nel tempo si costruirono edifici per ospitare i malati secondo la classificazione che allora se ne faceva, epilettici, paralitici, sudici, tranquilli, agitati, semiagitati
Negli anni sessanta l’intera struttura di Mombello ospitava circa tremila ricoverati e all’interno dell’ospedale, impegnati nelle più svariate attività che ne garantivano una sorta di autosufficienza, operavano moltissime persone dalle più svariate professionalità.
Giorgio Scerbanenco (tratto dall’ articolo “il paese dove le porte sono sempre chiuse” del Corriere della Sera, 1940)

 

Un lavoro da cani. Quando meno te lo aspettavi. Zac. Sui finestroni.
Appollaiato. Per parlare con Dio. Una vera fissazione. Quella di parlare con Dio. Provavano a parlarci. Tutti. E Dio non rispondeva. Mai.
Paolo Pozzi (La sposa del soldato, racconto basato sulla corrispondenza di Giuseppe S, sua moglie Linda.e il direttore Antonini, Archivio di Mombello)

 

Una vecchia è distesa sul letto con un braccio giallo e secco fuori delle coperte. Quasi calva, in un modo insolito che le lascia nuda una metà della testa, ci vede passare con patologica indifferenza. Incontrando i nostri occhi i suoi sono rimasti fermi, ma non vuoti, perché avevano lume di ragione; soltanto, essa, non credeva più che tutto ciò che fosse passato davanti ad essi avrebbe avuto mai la minima importanza.
Giorgio Scerbanenco (tratto dall’ articolo “il paese dove le porte sono sempre chiuse” del Corriere della Sera, 1940)

 

Certo di questi bambini conosciamo una storia parziale tracciata dalla penna di altri: medici, infermieri, assistenti sociali, suore; ognuno con i propri pregiudizi professionali e umani, personificazioni della paura sociale dell’altro, sia pure il più debole della catena; spesso incapaci persino di elementare sensibilità umana. (Ezio Sartori, Maria e Giuseppe in manicomio)

 

Poi la grande delusione: dopo aver tanto dato, perché a parlare di se stessi si dà tutto ciò che si ha, in cambio si ricevono punture e pastiglie che non potranno forse mai risolvere nessun problema di amore, di lavoro, di sapere, perché è per questi problemi che molti malati sono rinchiusi lì dentro.
(Stralcio di lettera di un ex degente del 1 dicembre 1968, pubblicata in Morire di Classe di F. e F. Basaglia)

 

Quando desideri con tutto il cuore che qualcuno ti ami, dentro ti si radica una follia che toglie ogni senso agli alberi, all’acqua e alla terra. E per te non esiste più nulla, eccetto quell’insistente, profondo, amaro bisogno.
Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile

 

In manicomio finivano per problemi neurologici alla nascita, per un deficit psichico o sensoriale (sordomuti, ciechi), perché figli della guerra o dei bombardamenti, perché per curare la malaria i farmaci portavano a sviluppare psicosi, perché figli di famiglie sbandate, perché orfani, perché non gestibili da genitori non dotati di nessun talento d’affetto. (Ezio Sartori, Maria e Giuseppe in manicomio)

 

E poi la guerra. Per portare la patria ai confini naturali. Migliaia di giovani morti. Sul fronte. E i vivi. Arrivavano dall’ospedale militare. Uno più demente dell’altro. Non uomini. Ma paura. Terrore. Gli occhi fissi. Vuoti. A Mombello i dottorini davano la colpa al gas. Il gas respirato nelle trincee.
Paolo Pozzi (La sposa del soldato)

 

Gli infermieri più anziani. I furiosi. Cercavano di scansarli. Poveretti. Non capivano niente. Più si agitavano e peggio finiva.

Punture di insulina. Iniezioni col virus della malaria e del tifo. Lacci. Botte. E poi la novità.
L’elettroshock. I dottorini giovani smaniavano. Dieci. Venti. Elettroshock. Finché non riuscivano a spegnerli. I furiosi.
Paolo Pozzi (La sposa del soldato)

 

Il manicomio, benché […] istituzione nuova e inspirata a un certo progresso, non aveva funzioni superiori a quelle d’un grandioso smaltitoio. La società vi abbandonava senza rancore, ma anche senza amarezza e senza speranze, tutti quei disgraziati che con le loro stranezze compromettevano la quiete pubblicaEugenio Tanzi, Ernesto Lugaro, Trattato delle malattie mentali

 

L’Amore di ragione e l’Amore di Sragione, l’omosessualità appartiene al secondo, e così, poco a poco, nel corso della storia, prende posto nelle patologie della psichiatria, si installa nella pazzia, almeno a detta degli psichiatri nell’età moderna. Uscendone solamente nel 1973 quando l’associazione psichiatrica americana l’ha tolta dal suo manuale di disturbi mentali.
Da un giorno all’altro migliaia di individui malati sono diventati sani.
Senza Ragione (documentario antipsichiatrico)

 

Noi ci trinceriamo dietro il nostro volto; il pazzo con il suo si tradisce. Egli si offre, si denuncia agli altri. Persa la maschera, rende pubblica la sua angoscia, la impone al primo venuto, propala i suoi enigmi. Tanta indiscrezione irrita. È normale che lo si leghi e lo si isoli.
Emile Ciorian, Sillogismi dell’amarezza: Tempo e anemia

 

Chi se non un pazzo può sedere in silenzio e ascoltare una canzone mai scritta o una musica mai suonata. (Ghandi)

 

Nessuno può dirsi normale. Specie se messo in condizioni di non esserlo. Per questo, a tanti è toccata in sorte ‘una vita trascorsa senza vivere’. (Anonimo)

 

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